lunedì 26 settembre 2016

GIUSEPPE SPINELLI
 L'OPERAIO CREMONESE
 DIVENTATO MINISTRO DEL LAVORO



E’in uso ribadire – da sessant’anni ad oggi – che la genesi e lo sviluppo della Repubblica Sociale Italiana si perfezionano quale rivolta spontanea d’una élite di combattenti e di cittadini agli avvenimenti politico-militari che nell’estate 1943 travolsero la nostra Nazione e, sui quali, Benito Mussolini attestò con il documento "Storia di un anno" (edito l’anno successivo da Mondatori e diffuso dal "Corriere della Sera") l’esemplificazione del "tempo del bastone e della carota" in cui il malcostume dell’inganno e del tradimento assursero a foggia d’utile compromesso, ma in realtà la RSI fu molto di più, specie nell’ambito d’innovazioni nella civiltà del lavoro, tant’è vero che il 14 ottobre 1944 – in una dichiarazione ai volontari della Brigata Nera "Aldo Resega" di Milano – confermò che l’intera Legislazione sulla socializzazione dell’economia produttiva "altro non è, se non la realizzazione italiana, romana, nostra effettuabile del socialismo; dico nostra in quanto fa del lavoro il soggetto unico dell’economia, ma respinge la livellazione di tutto e di tutti; livellazioni inesistenti nella natura e impossibili nella storia".
A tali innovazioni legislative aveva dato il proprio contributo l’intero governo della RSI e, con maggiore incisività, il ministero dell’Economia Corporativa che ebbe in Angelo Tarchi e in Manlio Sargenti i cesellatori delle premesse fondamentali nella creazione della nuova struttura per l’economia italiana, esattamente il DL del 12.2.1944 n. 375 sulla socializzazione delle imprese (quelle di proprietà privata con un milione di capitale e con almeno cento lavoratori, nonché delle altre appartenenti allo Stato, alle Provincie, ai Comuni e ogni altra azienda a carattere pubblico) e quello successivo n. 382 del 24 giugno, indispensabile per la sua realizzazione, ma i metodi d’applicazione (aggiornamento degli statuti delle aziende, la loro revisione, la seguente approvazione ecc.) si manifestarono alquanto lenti, dimodoché l’attuazione complessiva della riforma richiese un’accelerazione che Mussolini, Pavolini e gli altri esponenti del Partito Fascista Repubblicano impresso con il DL del 19 gennaio 1945 n. 15 che istituì il Ministero del Lavoro, mentre quello dell’Economia Corporativa divenne il dicastero della Produzione Industriale.
Alla conduzione del gabinetto del Lavoro venne incaricato l’operaio cremonese Giuseppe Spinelli, già linotipysta d’una azienda tipografica e che nell’autunno 1943 aveva assunto la segreteria provinciale del Sindacato lavoratori dell’industria meneghina e del suo "hinterland", poi il 17.09.1944 – per le sue capacità di risolutore delle esigenze emergenti in ogni settore – il capo della RSI lo designò all’improbo compito di podestà di Milano, di quella metropoli lombarda che nella Repubblica Sociale svolse un ruolo di primordine nell’azione politica del PFR e nelle iniziative della cultura e nel perfezionamento delle attività produttive.
In riflesso del nuovo incarico, G. Spinelli insediò il proprio dicastero in un antico palazzo milanese di Corso Venezia e constatò come, sino a quel momento, in ogni azienda in cui venne intrapresa l’applicazione della socializzazione erano stati approntati decreti ministeriali ognuno diverso dall’altro, come avvenne – per esempio – per l’impresa edilizia Cesare Margini, in quella Graniti d’Italia s.p.a., nelle industrie Grafiche Italiane Stucchi, nelle officine meccaniche Enrico Battagion, nelle S.A. Off. Mecc. Della Stanga, nella FIAT torinese, nella Soc. Anonima Editrice Milanese, nell’Alfa Romeo, alla Soc. in accomandita Turati Lombardi & C., nelle Industrie Grafiche Nicola Moneta ed altre, con nuovi statuti (quelli richiesti dal DL del 12.2.1944 n.375) che dovevano essere pubblicati – dopo l’approvazione da parte delle maestranze – sulla "Gazzetta Ufficiale d’Italia", sostitutiva nella RSI della precedente G.U. del Regno.
Altresì, furono socializzate anche le imprese editrici e giornalistiche Mondatori, Hoepli, Rizzoli, Garzanti, Vallardi, Bompiani, Meschina, Signorelli, Ricordi, Carroccio, Corriere della Sera, La Stampa, Il Lavoro, Cremona Nova e l’EIAR (Ente delle Audizioni Radiofoniche).
In totale, in base al consuntivo del gennaio 1945, erano state socializzate settantasei imprese con centoventinovemila dipendenti e per l’importo di 4.119.000.000 lire di capitale, una cifra davvero enorme in quel tempo, essendo stato difeso con energia vittoriosa da Domenico Pellegrini Giampietro (ministro delle Finanze, Scambi e Valute nel governo della RSI) il valore della moneta italiana.
Su ciò fornisce un’ampia documentazione il dott. Sergio Pisciotta nell’opera "La rivoluzione nella rivoluzione" (ediz. Settimo Sigillo, 1997), lo studioso che nel 1996 ha conseguito il "premio di laurea" bandito dall’Istituto Storico della RSI e che, nella cronistoria della dottrina sociale del Fascismo e sul nuovo ordinamento produttivo da noi illustrato, evidenzia la missione compiuta con decisione e con tenacia da Giuseppe Spinelli nel suo compito di ministro del Lavoro e quando sulla Repubblica Sociale incombeva la catastrofe del 25 aprile e si poteva prefiggere la tragica conclusione del 2° conflitto mondiale in Europa, nella valle padana e in tutto il suo territorio.
Infatti, Spinelli si rese conto che la socializzazione delle imprese doveva realizzarsi mediante un solo decreto legislativo e valido per un intero settore produttivo, anziché per ogni singola azienda, e iniziò a farlo nell’ambito industriale dove i capitalisti (come denunciò Ugo Manunta nel volume "La caduta degli dei, storia intima della RSI", pubblicato nel 1947 dall’Azien, Edit. Italiana, Roma) tentarono la fuga dei loro beni finanziari, temendo di rimanere penalizzati nella remunerazione degli investimenti effettuati in precedenza.

Però, avendo predisposto il governo della RSI la socializzazione dell’intero sistema economico nazionale (e in primis – come specifica Pisciotta – il credito che regolava il flusso dei capitali) nessuna assemblea aziendale composta in parti uguali da azionisti (i vecchi proprietari) e dai produttori (i lavoratori) avrebbe riconosciuto ai finanziatori la facoltà di trasferire a capitale le ingenti riserve palesi e occulte accumulate in base ai dividendi contenuti dalle leggi fasciste al più basso livello possibile e, tantomeno, la differenza intercorrente tra il patrimonio azionario e il valore reale degli impianti esistenti. In ciò, e lo si rileva nel testo "I seicento giorni di Mussolini" (ediz. Faro, 1948), vengono specificate da Ermanno Amicucci e le "mine sociali" della RSI che tutte le categorie produttrici avrebbero dovuto strenuamente difendere quale diritto acquisito dopo la conclusione del conflitto militare e l’invasione d’Italia da parte del nemico allora bloccato sulla "linea Gotica", norme legittime che – invece – dopo il 25 aprile vennero abrogate dalle oligarchie finanziarie e dai marxisti (soprattutto per imposizione violenta dei comunisti) e che, assurdamente, in proposito, ottennero l’approvazione dei principali danneggiati (gli stessi lavoratori) che acclamarono quest’annullamento come una conquista della "liberazione".
Non si deve altresì dimenticare che, per potenziare lo sviluppo della socializzazione, con il DL del 12.2.1944 n. 269 la RSI creò l’Istituto di Gestione e Finanziamento – curato dall’IRI e finanziato dall’IMI – il quale disciplinò la sponsorizzazione delle imprese e il controllo sui rappresentanti dei consigli d’amministrazione sia pubblici che privati, provvedimento che G. Spinelli ed i suoi collaboratori considerarono nel potenziamento dell’ordinamento di tutela dei produttori mediante la strutturazione di un sindacato operante come se l’economia fosse già totalmente socializzata. Quindi, scomparve la figura del capitalista e subentrò quella del capo dell’impresa, cioè l’animatore o il tecnico dell’azienda, lavoratore anche lui e pertanto socio del nuovo sindacato destinato a diventare il pilastro dello Stato del Lavoro, mentre l’organizzazione sindacale è costituita dalla Confederazione Unica, non burocratizzabile, bensì epicentro d’incontro per tutti i produttori, fulcro d’elevazione professionale, culturale e materiale. Tale nuova realizzazione programmò anche la costruzione delle case d’abitazione per i lavoratori quale loro proprietà (Roberto Bonini, "La socializzazione delle imprese nella RSI", Ediz. Giappichelli, 1993 – pag. 240) e l’istituzione d’un comitato permanente in merito.
Quest’evoluzione straordinaria dell’ordinamento che la RSI e il suo ministero del Lavoro intensificarono con G. Spinelli quale "rivoluzione nella rivoluzione" (cosi bene sintetizzata da Sergio Pisciotta) provocarono notevoli preoccupazioni al RUK (il ministero tedesco della produzione bellica) rappresentato in Italia dal gen. Hans Leyers, ma non scompose l’operaio-ministro nello svolgimento della sua missione e che affrontò con fermezza l’ovattata opposizione degli industriali e di quanti intrallazzavano con la Wehrmacht, con l’organizzazione Todt e nei salotti della borghesia imboscata in attesa della conclusione del conflitto e dove anche i benpensanti del CLN Alta Italia (finanziati da G. Falck, dai fratelli Crespi, da Alberto e Piero Pirelli, da R. Lepetit, P. Ferrario ecc.) elaboravano i compromessi politici inerenti la "guerra civile" che costarono tante sofferenze tra i cittadini, vittime di questa diplomazia.
D’altronde, la reazione dei grandi capitalisti alla realizzazione innovatrice della socializzazione nelle fabbriche e nelle imprese non distaccò Spinelli e tutti i suoi collaboratori da tale evoluzione civile che – tra l’altro – venne esaltata anche da Paul Gentizon nella sua prefazione in lingua francese dell’Histoire d’une année (op. cit.) indicandola quale via maestra del progresso – la via Appia della storia – dal Mediterraneo verso un futuro costruttivo e positivo per il mondo intero.
Accentuò la resistenza dei capitalisti, a quanto andava concretizzando la RSI nei settori produttivi, il programma di socializzazione totale intrapreso da G. Spinelli agli inizi del 1945, quindi ancor prima degli esiti definitivi della guerra in corso e – come segnala S. Pisciotta nell’opera citata, pag. 62 – quando i "grossi calibri" della finanza adoperano qualsiasi mezzo affinché si fermasse l’ingranaggio socializzatore e si desse all’ortica la riforma, mentre in Corso Venezia a Milano si vedevano salire e scendere dal Ministero del Lavoro sciami di insigni rappresentanti dell’industria nazionale, come se fosse una stazione di locomotive.
In riferimento a tali fatti e al sabotaggio orchestrato dall’alta finanza e dal partito comunista negli stabilimenti industriali dell’intera valle padana, per impedire l’adesione delle varie categorie produttrici al piano d’applicazione dell’ordinamento socializzatore delle imprese, è doveroso rammentare che fu il Capo della RSI ("Testamento politico di Mussolini, 22 aprile 1945", ediz. Tosi – 1948 – pag. 32) a precisare: "Il colmo è che i nostri nemici hanno ottenuti che i proletari, i poveri, i bisognosi di tutti, si schierassero anima e corpo dalla parte dei plutocratici, degli affamatori, del grande capitalismo". In precedenza, il 3 aprile 1945, si svolse anche l’ultimo direttorio del PFR e, ad esso, G. Spinelli partecipò precisando che lo sviluppo del sistema rivoluzionario della socializzazione nell’economia e la costituzione della Confederazione Unica nell’ambito sindacale inserivano la RSI tra gli Stati più avanzati nell’adempimento della Civiltà del Lavoro. Si deve in conclusione asserire che quel ministro operaio di Cremona seppe svolgere nella Repubblica Sociale l’attuazione d’un diagramma di progresso civile.

Bruno De Padova